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DOI 10.1707/1908.20752 Scarica il PDF (71,0 kb)
Ric&Pra 2015;31(3):99-101



Finanza sociale per la ricerca
Massimo Campedelli1,
Roberto Randazzo
2
1. Wiss/Dirpolis, Scuola Sant’Anna, Pisa
massimocampedelli@gmail.com
2. Dipartimento di Studi Giuridici,
Università Bocconi, Milano
roberto.randazzo@replegal.it


La crisi sta rendendo sempre più evidenti e gravi le contraddizioni relative alla sostenibilità economica della ricerca indipendente in sanità.
Con accentuazioni più o meno gravi, tutte le principali modalità di finanziamento ad oggi praticate ne sono interessate: quelle a bando, pubbliche o private; quelle su commessa, pure esse pubbliche o private; quelle donative.
Qualche esempio:
le risorse complessive per la ricerca nel nostro Paese, rispetto ad un quadro già penalizzante, sono in calo – il dato dell’1,2% del pil impiegato in questo campo rappresenta un bias dietro cui si nasconde il fatto che da una ventina di anni la ricchezza prodotta è stazionaria o in calo;
le riforme socioeconomiche in atto sembra non prestino attenzione nel considerare le conseguenze nei confronti del settore della ricerca scientifica – emblematico il caso del Jobs act;
l’incapacità di presentarsi come Sistema Paese a livello europeo – insieme alla difficoltà di utilizzare i fondi comunitari: viviamo il paradosso che il saldo tra quanto dato e quanto ottenuto è per noi negativo;  
le lungaggini amministrative nella attribuzione dei finanziamenti ai progetti finanziati da enti pubblici – AIFA è in ritardo di due anni nel rispondere all’ultimo bando;
la riduzione di risorse disponibili da parte delle fondazioni private;
la crescente scarsità di donazioni;
la forte riduzione della committenza privata.
Fattori endogeni ed esogeni si intrecciano, a volte, come in un nodo gordiano.
Tra i molti, due in particolare, meriterebbero attenzione e interventi coerenti da parte del decisore politico:
- le conseguenze delle scelte in tema di politiche di bilancio e del debito pubblico – leggi: austerity e spending review – con la sottomissione nei fatti del Ministero della Salute a quello della Economia e delle Finanze;
- l’inadeguatezza del framework dirigenziale degli organismi – ministeriali, regionali, aziendali, ovvero delle agenzie preposte – incaricati di promuovere e implementare le politiche per la ricerca – con una burocrazia invecchiata e con skills aspecifici, l’opposto di quanto servirebbe alla ricerca.
Le vie di uscita non sono semplici e neppure lineari. Nel rimarcare alcuni capisaldi – giocando con le parole, “l’indipendenza della ricerca indipendente” – si tratta di migliorare e perfezionare gli strumenti e le modalità esistenti, assumendo una diversa prospettiva di valore della ricerca, garantendo risorse e tempi certi, sviluppando capacità di sistema Paese, ecc.
Al contempo può essere utile aprire una discussione, dove fattibile collegata a sperimentazioni serie, su altre modalità di finanziamento della ricerca – innovative, alternative o quantomeno complementari al grant – volte a fornire un supporto non solo finanziario, ma anche strategico e manageriale.
Questo processo è agevolato dall’affermazione di nuove figure giuridiche, quali ad esempio le “start-up innovative”. Esse consentono non solo di coinvolgere gli investitori (pazienti) nello sviluppo di modelli di business innovativi – cosa impossibile qualora si limitasse il ragionamento esclusivamente nell’ambito degli enti senza scopo di lucro – ma soprattutto permettono a questi ultimi di avere accesso ad agevolazioni fiscali.
Più in generale, all’interno di questo complesso scenario si sta generando la nascita di nuove forme di sostegno “ibride” in grado di coniugare finalità di interesse collettivo ed attività di investimento, “impact investing”, in grado di generare non solo un ritorno di natura economico-finanziaria, ma anche e soprattutto sociale e ambientale.
Tenendo conto delle caratteristiche e della natura dei veicoli finanziati, non si può negare che il settore della ricerca per la salute rappresenti un target importante per gli investitori pazienti e per la sperimentazione di nuove forme di finanza sociale.
Si pensi, ad esempio, ai “social impact bond” lanciati per la prima volta nel Regno Unito. Oppure alle “obbligazioni sociali”, emesse da alcuni istituti bancari italiani al fine di supportare lo sviluppo di progetti con finalità benefiche/sociali. Significativo inoltre il fatto che, sempre in Italia, siano nati istituti di credito che offrono prodotti finanziari costruiti intorno alle esigenze di imprese sociali non profit (aperti ad enti anche commerciali con una spiccata vocazione sociale). Ovvero nuovi veicoli di investimento dedicati, attraverso i quali i fondi previdenziali (gestori non profit di capitali collettivi accumulati dai lavoratori) potrebbero orientarsi nella prospettiva di un maggiore coinvolgimento nell’economia reale del Paese.
Il settore degli “investimenti ad impatto” è in fase di sviluppo. Secondo il report della Social Impact Investment Task Force istituita in ambito G8, nel 2020 si stima, a livello mondiale, un mercato complessivo di circa 250 miliardi di euro. E le sfide da vincere sono diverse. Oltre a supportare l’affermazione di un vero e proprio “mercato di investitori pazienti” – attraverso adeguate politiche pubbliche in grado di proteggerlo, agevolarne la crescita ed esaltarne le peculiarità – occorre creare metriche condivise che siano in grado di misurare l’impatto generato, così da consentire una valutazione non solo economica degli outcome prodotti.
Anche fra gli enti che operano nel settore della ricerca scientifica inizia a farsi largo questa nuova modalità operativa, abbandonando una visione meramente erogativa in favore di un approccio più imprenditoriale e quindi, di lungo periodo. L’obiettivo è quello di “investire” in progetti di ricerca e non solo di sostenerli.
In altre parole, la forma giuridica del veicolo non rappresenta più un elemento dirimente, in quanto i soggetti finanziatori iniziano a valutare anche i risultati generati dalle attività, non basandosi esclusivamente sulle finalità perseguite dagli enti. E le start-up innovative a vocazione sociale possono rappresentare un veicolo in questo caso perfettamente eleggibile, in quanto oltre ad essere caratterizzate da un divieto di distribuzione degli utili, ancorché temporaneo, sono vincolate al perseguimento di finalità di utilità sociale.
Sulla base di questo approccio, tre sono quindi le prospettive di intervento per e della ricerca indipendente:
- riconsiderare l’attività di ricerca sulla base del suo potenziale di risparmio/riqualificazione della spesa pubblica sociosanitaria, ovviamente fortemente legato a quello della tutela del diritto alla salute – non solo perché a volte la sanità fa male, ma pure perché in condizioni di risorse scarse efficienza è presupposto di (potenziale) giustizia; questo permetterebbe di adottare forme di “social impact investment” come quella delle start up innovative a vocazione sociale;
- sviluppare o rafforzare la funzione di advisoring nei confronti degli investitori riconducibili al social investment interessati a finanziare la filiera del sociosanitario e del biomedicale;
- contribuire, con il proprio know how, a qualificare le metriche e più in generale i sistemi di misurazione di impatto delle policies e/o progetti che per l’appunto intendono avere impatto sociale e, per questo, essere finanziati dagli investitori della finanza sociale.