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DOI 10.1707/3140.31234 Scarica il PDF (189,0 kb)
Ric&Pra 2019;35(2):83-86



RECENSIONI


Perché parlare ancora di vaccinazioni?
E spiegarle bene a chi?

È sufficiente stare qualche ora in un Pronto soccorso pediatrico per capirlo. Alla domanda, ormai di routine, “il bambino è vaccinato?”, qualche genitore risponde con orgoglio: “sì, gliele ho fatte fare tutte, obbligatorie e non”, come se fosse una nota di merito; qualcun altro, invece, risponde, con una malcelata stizza: “solo le obbligatorie”.
L’obbligo vaccinale, introdotto dal Decreto Legge n.73 del 7 giugno 2017, è stato interpretato da chi aveva dei dubbi sui vaccini come il modo più semplice per alimentare il “mercato del Big Pharma”, mentre, da chi non ne aveva, come la via più rapida per risolvere il problema dei No Vax. Come spiegato dagli autori, invece, la Legge non ha rappresentato “un attentato alla libertà”, bensì la risposta a delle necessità: non solo quella di rendere omogenea sul territorio nazionale l’offerta vaccinale, ma soprattutto quella di salvaguardare gli “indifesi”. Questo dimostra come la tematica delle vaccinazioni non possa essere considerata “chiusa” con la Legge del 2017, ma, al contrario, ancora più “aperta”, perché a questo punto l’obiettivo delle istituzioni, ma anche del singolo medico, deve essere quello di trasmettere a tutti i cittadini (anche a chi effettuava già spontaneamente le vaccinazioni prima dell’obbligo) la consapevolezza dell’utilità e della necessità di vaccinarsi.
Gli autori individuano diversi motivi che spingono il singolo cittadino a porsi delle domande: da un lato, la scarsa memoria che hanno i giovani genitori della gravità delle malattie prevenibili con i vaccini e la mancanza di fiducia di questa fascia di popolazione nelle istituzioni sanitarie; dall’altro, l’inadeguata campagna di comunicazione che le stesse istituzioni mettono in atto, oltre alla reticenza di alcuni medici, preoccupati di incorrere in denunce nel complicato circolo vizioso della medicina difensiva e del sensazionalismo dei media.
Il dubbio è, però, alla base della conoscenza ed è per questo che il libro è indirizzato in primo luogo proprio a coloro che cercano risposte, attendibili. Punto di forza del testo, infatti, è proprio la scientificità della trattazione: gli autori forniscono dati, ne precisano le fonti e, oltre a offrire ulteriori spunti di lettura affidabili, spiegano anche al lettore come difendersi dalle numerosissime fake news e come guardare a una notizia o a uno studio con occhio critico.
Altrettanto importanti da sottolineare sono la praticità e la trasparenza delle informazioni fornite.
Con i primi capitoli, infatti, gli autori descrivono in modo semplice e comprensibile le caratteristiche delle patologie per cui sono già disponibili dei vaccini, non solo per l’età infantile, come spesso siamo abituati a pensare, ma anche per gli anziani, i pazienti con patologie croniche, le donne in gravidanza o per chi deve intraprendere un viaggio. Gli autori riescono, così, a rispondere chiaramente alle domande essenziali che il singolo si pone di fronte alla scelta di effettuare o meno un vaccino: “cosa rischio e cosa rischia la comunità se non mi vaccino? Cosa rischio io se lo faccio? Vale la pena vaccinarsi? Quali sono le controindicazioni?”. Come più volte ribadito nel testo, infatti, i vaccini sono farmaci e, in quanto tali, non sono esenti da controindicazioni o da effetti collaterali. A questo scopo, viene ampiamente descritto dagli autori anche il sistema di vigilanza degli AEFI ( Adverse Events After Immunization) e viene chiarito il significato di termini come “adiuvanti”, “vettori”, “additivi” e il reale effetto di questi ultimi sull’organismo.



Questo tipo di approccio riesce a rendere evidente l’ottimo profilo beneficio-rischio delle vaccinazioni agli occhi del lettore, anche di quello più critico, senza necessità di “doverlo convincere”, cercando così di recuperare la sua fiducia nelle istituzioni sanitarie. A favore di questo, c’è anche il marchio di fabbrica del libro, Silvio Garattini, personaggio noto al pubblico italiano per la sua infinita competenza, e, quindi, i ricercatori e i collaboratori dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, garanzia di rigore scientifico e libertà da conflitti di interesse.
“Le vaccinazioni spiegate bene” è indirizzato anche a tutti i medici, in particolare ai Pediatri di Famiglia e ai Medici di Medicina Generale, che sono a maggior contatto diretto con la popolazione, hanno la fiducia dei loro pazienti e hanno quindi un’importante funzione di educazione sanitaria. Gli autori hanno inserito in diversi capitoli tabelle riassuntive, con dati e informazioni pratiche sui vaccini attualmente proposti alla popolazione, e un capitolo con le risposte alle più frequenti domande e critiche mosse contro i vaccini. Queste sezioni possono essere utili per una revisione dell’argomento da parte del medico, ma anche per una rapida consultazione durante un colloquio con pazienti che richiedono dei chiarimenti, o come proposta di lettura per il paziente stesso. La lettura del libro risulta per un medico sicuramente anche molto interessante come approfondimento e aggiornamento da condividere con i propri pazientisulle nuove frontiere delle vaccinazioni: sono infatti accuratamente spiegate le nuove tecnologie che vengono applicate per riuscire a produrre nuovi vaccini contro uno spettro sempre maggiore di malattie, dai big killer infettivi, al cancro, alle malattie degenerative, ai disturbi da dipendenza.
Apparentemente ambizioso nel suo titolo, il libro in realtà riesce ad essere un testo chiaro, aggiornato e completo e con la sua ampia variabilità di argomenti trattati e, dunque, la sua polivalenza, è in grado di dare un grande contributo alla risoluzione del problema, sempre più attuale, della scarsa adesione consapevole al programma vaccinale.
Benedetta Riva
Specializzanda, Clinica Pediatrica
Università degli Studi Milano Bicocca
b.riva8@campus.unimib.it




Quanti (e quali) interessi sono in gioco in ambito di salute?

Questo libro è un compendio di argomenti e fattori che qualificano i conflitti di interesse, in un percorso che propone tappe nodali in termini di articoli, dibattiti, casi esemplari, politiche sanitarie. La scrittura è agile e rende scorrevole la lettura di un tema complesso presentato in modo articolato a rischio (evitato) di smarrimento, o straniamento. Sono messe a tema l’integrità della ricerca, la formazione medica continua, le professioni sanitarie e quelle infermieristiche, gli ospedali e l’accademia, le associazioni di pazienti, l’editoria scientifica e i social media, e l’industria alimentare. Una trattazione estesa, che in certi ambiti non ha dato agio a un approfondimento più articolato e attuale.
Seguendo il disegno delle autrici e dell’autore, emergono le zone d’ombra, i punti di informazione mancanti e gli accessi alle informazioni formali e non effettivi, che non permettono di fatto, dopo decenni in cui si parla di conflitti di interesse in ambito medico e sanitario, di avere un quadro completo, una mappatura che renda visibili gli interessi finanziari in gioco. Conoscere il fenomeno nella sua interezza e ramificazione non è garanzia di maggiore consapevolezza sugli effetti che comporta, tuttavia aumenta la trasparenza rispetto alle decisioni mediche, di ricerca, sanitarie che vengono compiute. E può fungere da stimolo per operatori sanitari, e non, per accrescere il livello di sensibilità sul rischio di influenza indebita che i conflitti di interesse possono comportare.
In questa prospettiva, nel 2013 l’amministrazione Obama ha emanato il Physician Payments Sunshine Act che stabilisce che ogni transazione di valore superiore ai 10 dollari tra un medico o gruppo di medici e un produttore di farmaci o altri prodotti sanitari deve essere notificata e inserita in un registro pubblico (www.cms.gov/openpayments/). A livello di Unione Europea non esiste il corrispettivo di questa legge. Nel 2011 la Francia ha emanato una legge analoga, che di fatto è poco incisiva poiché manca un controllo efficiente sulle dichiarazioni rese pubbliche. In Italia è in discussione un disegno di legge che ne ricalca alcuni aspetti (ndr).
Esiste un codice di autoregolazione redatto dalla European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations che prevede che le industrie rendano pubbliche le somme erogate a professionisti e organizzazioni sanitarie (e alle associazioni di pazienti). Farmindustria segue un codice analogo dal 2016, ma l’adesione è volontaria quindi discrezionale, e i dati sui trasferimenti di denaro sono spesso assenti, parziali o difficilmente accessibili.
Molti istituti, enti pubblici e associazioni di categoria hanno definito codici e politiche di regolamentazione che possono essere utili – se ben applicati – per normare la dichiarazione dei conflitti di interesse e la loro gestione. Gli interessi in conflitto chiamano in causa però aspetti fondanti di cosa significa fare scelte in medicina. Occorre che chi fa ricerca, medici, infermieri, altri operatori sanitari, decisori sanitari, associazioni di pazienti abbiano chiaro e perseguano come primario il miglioramento della cura della persona malata e dell’assistenza sanitaria. Un appello che può sembrare tanto ampio quanto generico, ma che si traduce in azioni e indicazioni puntuali. Alcune riguardano il valore della ricerca. Quesiti, priorità ed esiti degli studi clinici devono rispondere ai bisogni di pazienti e clinici, ed essere definiti congiuntamente, come interessi primari di chi fa ricerca. Il rigore metodologico e la trasparenza delle scelte, anche metodologiche, devono guidare il disegno e la conduzione degli studi. Il movimento di advocacy per la pubblicazione dei protocolli degli studi e dei risultati degli studi clinici sui registri appositi – di cui è un esempio la campagna AllTrials – la richiesta di rendere accessibili e di condividere i dati individuali dei partecipanti agli studi clinici vanno nella direzione di aumentare la trasparenza sul valore degli studi, su come vengono condotti, sui risultati.



Nonostante l’effetto dei conflitti di interesse sui risultati degli studi, linee guida e raccomandazioni, sulle scelte in pratica clinica, e le potenziali ricadute in termini di salute pubblica e individuale siano documentati e dibattuti da anni, la consapevolezza del rischio è bassa, a fronte di contatti assidui con l’industria. Il personale delle professioni sanitarie esprime per la maggior parte un giudizio favorevole alle interazioni con i rappresentanti dell’industria: consentono di acquisire informazioni in tempi brevi sui prodotti, di essere aggiornati sulle nuove tecnologie, di ricevere campioni di farmaci da dare ai pazienti. Accanto ai medici, il personale infermieristico, che in molte realtà è un importante nodo decisionale, è un interlocutore recente dell’industria. Le industrie farmaceutiche, di device, di produzione di latte artificiale si rivolgono in modo costante a infermieri e associazioni di categoria. L’industria alimentare rappresenta infatti un altro portatore di interesse ingerente nella ricerca, nelle decisioni cliniche, e nelle politiche sanitarie.
Un ulteriore fronte è l’editoria scientifica, con profitti attorno al 30%, che costituisce un’industria di per sé, con propri interessi, oltre ad essere esposta al rischio di veicolare gli interessi dell’industria farmaceutica attraverso i finanziamenti alle riviste medico scientifiche, e la pubblicazione di studi finanziati dalle industrie.
A completare il cerchio sono le associazioni di pazienti, da anni destinatarie di azioni e iniziative da parte delle industrie, al centro di un interesse crescente da parte di diversi attori in ambito sanitario. I conflitti di interesse delle associazioni chiamano in causa la loro credibilità, rappresentatività, e la necessità di risorse per sostenerne l’attività. Anche da parte delle associazioni di pazienti la consapevolezza rispetto ai conflitti di interesse è poco diffusa, e la trasparenza sui finanziamenti è tuttora scarsa.
Le autrici e l’autore del libro riepilogano alcuni punti fermi per affrontare la complessità della situazione. Se il richiamo alla responsabilità individuale è fondamentale, occorre ammettere che è difficile per il singolo riconoscere l’effetto che l’esposizione alle interazioni con le industrie può avere sulle proprie azioni. È l’istituzione al quale il singolo afferisce che deve intervenire favorendo l’integrità dei comportamenti, l’indipendenza della ricerca e della formazione mettendo a disposizione risorse anche per le associazioni di pazienti, e il coinvolgimento di cittadini e pazienti nei processi decisionali, di ricerca, e di politiche sanitarie.
Cinzia Colombo
Dipartimento Salute Pubblica
Istituto di Ricerche Farmacologiche
Mario Negri IRCCS
cinzia.colombo@maronegri.it


Il Pensiero Scientifico Editore
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