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DOI 10.1707/3226.32040 Scarica il PDF (144,2 kb)
Ric&Pra 2019;35(5):224



Summer school


Abbiamo tante ragioni per essere dispiaciuti per la fine della stagione estiva. Ma anche una gioia: la tempesta di summer school sta per concludersi. Di cosa parliamo? Delle scuole estive promosse da università, società scientifiche o istituzioni che si svolgono durante i mesi di luglio, agosto e settembre. Sono nate per ottimizzare (a quando un “Mai più senza ottimizzare”?) le sedi (a quando un “Mai più senza location”?) di università e centri studi che (finalmente) erano destinate a restare vuote durante la pausa tra un anno accademico e il successivo. “La realtà è che le summer school sono una gran trovata per le università”, scriveva poco tempo fa un’allieva di un’università della Ivy League statunitense. “Gli alloggi per gli studenti che altrimenti sarebbero rimasti vuoti possono essere riempiti facendoci bei soldi e possono essere addebitati migliaia di dollari per corsi tenuti principalmente da docenti appena laureati”, suggerendo alla fine un’interessante chiave per valutare una summer school: più costa l’iscrizione e meno sarà utile frequentarla.



Wikipedia informa che una summer school può “proporre attività più o meno ludiche, artistiche o specialistiche” e che “in genere è aperta a tutti, presentando e trattando argomenti specialistici, a carattere sociale, socio-economico, tecnico- scientifico e negli ultimi tempi anche politico o geo-politico”. La scuola-della-qualsiasi, insomma, caratterizzata da un comune denominatore: la comparsata di qualche accademico di grido che riesce ad incastrare la conferenza nello spostamento tra San Vigilio e Pantelleria. Spesso il suo nome è impreziosito da un asterisco: molti lo scambiano per la segnalazione di un qualche primato, accademico o intellettuale. Pochi, più scrupolosi o diffidenti, scopriranno andando a controllare che si tratta semplicemente di una persona invitata, la cui presenza è legata all’intensità del meltemi su Paros o delle piogge sul bosco del Passo Furcia: se sono scappati fuori i finferli, alla scuola lo vedranno l’anno prossimo.
La summer school di Stanford dura tre settimane e quella ad Harvard due mesi, ma per la scuola estiva de noantri bastano un paio di giorni. Non ne servono di più per apprendere a “programmare il Futuro” (rigorosamente maiuscolo), “governare la Sanità che cambia” o ad affrontare con competenza “il tema della sostenibilità, dell’equo-solidarietà, dell’efficienza e dell’innovazione ma con attenzione alle dinamiche di rivoluzione delle offerte terapeutiche e dell’offerta di salute”. Giusto il tempo di chiarire che l’equo-solidarietà non è una roba che riguarda i cavalli, farsi la foto di gruppo accanto ai roll-up sponsorizzati e postare tutto su Facebook o Instagram (dipende dal livello di innovatività che ha raggiunto il discente in quel giorno di scuola).
Attendiamo l’equinozio come una liberazione ma la sorpresa è dietro l’angolo: una winter school non si nega a nessuno. Vuoi mettere un selfie col Prof a gennaio a Marrakech?
Ldf
luca.defiore@pensiero.it


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