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DOI 10.1707/3226.32041 Scarica il PDF (90,9 kb)
Ric&Pra 2019;35(5):225



La salute: un processo di costruzione comunitario


Per quanto ai più poco conosciute, le Case della Salute sono concrete esperienze territoriali in cui sperimentare la salute come processo di costruzione comunitario, sino a delineare la corrispondenza tra Casa della Salute e Casa della Comunità. Si tratta di comunità concrete attive in diverse aree del Paese, che di frequente fanno capo a contesti urbani di dimensioni ridotte, anche se non mancano realtà attive a Milano e Roma. Seguendo il racconto dei promotori e degli attori della salute come bene comune, la memoria non può non rimandare alle radicali utopie basagliane.
Le risonanze basagliane risuonano ad almeno tre livelli. Il primo livello è quello dell’approccio deistituzionalizzante e decodificante al tema della salute. La salute non è un fatto tecnico, non è una merce, non è semplice assenza di malattia, dunque non solo il concetto e la pratica vanno sottratti al potere espropriante del rapporto medico-paziente, ma anche a quello invadente del mercato e a quello deresponsabilizzante del welfare state, per riportarlo dentro il quadro delle relazioni comunitarie, all’interno delle quali può avere piena espressione come diritto positivo al benessere, alla realizzazione personale, persino alla felicità. Dunque la salute come utopia è questione che interroga la comunità politica intesa nella sua accezione orizzontale di esercizio diffuso della cittadinanza. Il che, naturalmente, non esclude nella sua concreta realizzazione il contributo della scienza economica o il necessario inquadramento normativo. Tanto è vero che i contributi non ignorano certo la questione dell’allocazione efficiente delle risorse o la necessità di “verticalizzare” l’orientamento della comunità politica all’interno del suo apparato regolativo.



Secondo aspetto rilevante, seconda rimembranza basagliana di rapporto tra autorganizzazione sociale e riconoscimento istituzionale, è che le Case della Salute godono di un riconoscimento giuridico che risale, in via sperimentale, al 2007 (Ministro della Salute Livia Turco), quali luoghi che pongono al centro l’ascolto del cittadino e del suo disagio in relazione a tutte le risorse comunitarie, le agenzie pubbliche e private e del terzo settore che possono essere attivate per migliorarne il benessere. Il tutto ponendo al centro la “capacitazione del cittadino” (Amartya Sen) e la produzione di capitale sociale quali elementi centrali della sostenibilità economica è sociale del benessere collettivo.
Terzo aspetto: il Manifesto per un’autentica Casa della Salute, oggi sottoscritto da oltre 200 attori del settore, promosso dalla Fondazione Santa Clelia Barbieri di Vidiciatico, Bologna, e Casa della Carità di Milano, in cui le comunità concrete di Casa della Salute rilanciano nella forma del manifesto politico un movimento per unwelfare partecipato radicato nei territori e in grado produrre politiche pubbliche adeguate. Su questo versante sono state poste le basi normative e le esperienze per produrre pratiche di innovazione sociale tra le più avanzate in Europa, similmente a quanto accaduto in maniera molto più eclatante con la Legge 180 ormai quarant’anni fa. Certo, poi rimangono tutte le difficoltà del caso nell’implementazione di una siffatta piccola utopia come quella delle Case della Salute, che però può contare su tante piccole eterotopie localizzate nei territori.
Aldo Bonomi
bonomi@aaster.it


Il Pensiero Scientifico Editore
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