Mare, birilli e sole per il piccolo Lamine




L’appuntamento è alle otto del mattino: è un afoso sabato di agosto e il termometro segnala già ventotto gradi.
Il cortile è umido, maleodorante e fatiscente, come gli appartamenti di ringhiera che lo compongono: due locali ed un bagno, arredati solo con l’essenziale ed abitati esclusivamente da extracomunitari.
Salgo le scale cercando di non inciampare negli alti gradini di pietra: al primo piano mamma Fatou è già sulla porta di casa. Mi accoglie con un sorriso solare: è pulita, profumata e bella nel suo vestito africano a pois verdi e bianchi, come il turbante che le copre i capelli. Sulle sue spalle, avvolta in un candido “pagne” bianco, la piccola Yacine di nove mesi batte le manine.
In terra, nel locale adibito a cucina, su una stuoia imbottita dormono gli altri tre figli. Mamma Fatou ne sveglia uno ed in dialetto “wolof “(un dialetto senegalese) gli chiede di aiutarci a caricare sull’automobile il passeggino, sei bottiglie d’acqua, due borse di cibo. Le spiego che nell’ospedale dove l’accompagnerò e dove è ricoverato Lamine, l’altro suo bambino di due anni, potrà pranzare e cenare gratuitamente: lei mi risponde con parole incerte, ma garbate che quelle provviste sono indispensabili perché il marito resterà in ospedale con lei per l’intero weekend.
Dopo aver sistemato la piccola sul seggiolino da trasporto iniziamo il viaggio. Devo percorrere soltanto sessanta chilometri, ma il viaggio mi sembra interminabile: la piccola piange continuamente perché il seggiolino ultramoderno dell’automobile non è morbido come il “pagne” che la lega al corpo morbido della sua mamma. Mi fermo diverse volte affinché possa calmarsi con un po’ di latte e alla fine si addormenta e possiamo arrivare a destinazione in tranquillità: dopo un’ora e mezza giungiamo a destinazione.
Il reparto di chirurgia pediatrica somiglia ad un mercato multietnico: mentre percorro il corridoio ascolto frammenti di discorsi in lingue diverse e sembra che il mondo intero sia raccolto in quello spazio ristretto. La presenza di etnie diverse è ormai entrata nella nostra quotidianità e noi medici dobbiamo confrontarci con essa, imparando ad essere medici della mondialità: ciò comporta inevitabilmente dei cambiamenti, anche nell’approccio al lavoro professionale. È per questo che sono qui, anche se è sabato, anche se è il mio giorno di riposo, sono qui perché mi sento parte della grande famiglia del mondo.
Eccolo lì, nella camera numero uno, il piccolo Lamine, di appena due anni, sorridente e pieno di vita, nonostante il sondino naso gastrico che pende dal suo nasino, nonostante l’ago della fleboclisi infilato nel braccio, nonostante le mani fasciate per impedirgli di strapparsi tutti quegli accessori che lo alimentano. È vivace, manda baci alla sua sorellina e abbraccia forte la sua mamma che lo stringe commossa. Gli ho portato una scatola di birilli colorati e due palline ed è così felice per quei regali, che trova subito il modo di utilizzarli, anche seduto sul suo lettino: la mamma dispone i birilli ai piedi del letto e lui, nonostante le mani fasciate riesce a lanciare la pallina e ad abbatterli tutti, con un solo colpo.
L’energia e la curiosità non gli mancano: forse è stata proprio la curiosità o forse semplicemente il desiderio di bere qualche cosa di fresco o di gustoso, in una giornata di questa afosa estate, ad attirarlo verso una bottiglia di plastica arancione. Un attimo di disattenzione dei suoi genitori, un sorso bevuto e il liquido, che fresco non era, ha bruciato la sua bocca, la sua gola e il suo esofago perché conteneva soda caustica. Fortunatamente non gli ha perforato l’esofago, ma la terapia antibiotica e farmacologica, oltre alla dilatazione esofagea che esegue periodicamente per via endoscopia, lo costringono da un mese in un letto di ospedale e, se la situazione clinica non migliorerà, dovrà subire un intervento chirurgico pesante per un bambino di soli 24 mesi.
Provo a cercare di fargli bere qualche sorso di latte dal biberon, ma lui lo rifiuta, anzi mette il biberon in fila con i birilli, ai piedi del letto e lo abbatte con la palla.
Papà Modou è stanco e provato, ma sorride, nonostante tutto: aveva in tasca da mesi un biglietto per il Senegal, dove avrebbe trascorso una settimana dai suoi parenti che non vedeva da anni. Mentre parla immagino quanti sacrifici gli sia costato, in termini economici, quel biglietto. “Andrò il prossimo anno – mi dice rassegnato – e porterò con me anche il piccolo Lamine a trovare tutti i parenti che non l’hanno ancora incontrato. Lo porterò a vedere il mare, il nostro mare, per la prima volta”. Papà Modou è un gran lavoratore: è impiegato da molti anni come meccanico presso una piccola ditta che lo ha assunto a tempo indeterminato, ma, si sa, in Italia oggi, un solo stipendio non basta a mantenere una moglie e cinque figli. Lui però da due anni ha ricongiunto tutta la famiglia, sperando di dare a tutti i suoi figli un futuro migliore di quello che avrebbero avuto in Senegal.
In Senegal i bambini non hanno una vita facile: spesso non vanno a scuola e trascorrono le giornate sulle spiagge o nei mercati a chiedere l’elemosina. Alcuni, chiamati “talibé”, una parola “wolof”che significa “una persona che apprende”, vengono affidati dai parenti, a volte in luoghi lontani centinaia di chilometri, al maestro coranico, il “Sérigne daara”, che li riunisce nelle cosiddette “daara” (luoghi di apprendimento). Lì, inizierà per loro un percorso di apprendimento della religione coranica e dei valori della vita comunitaria quali la cortesia, la solidarietà, la tolleranza, la perseveranza, l’obbedienza e l’umiltà. Molte organizzazioni no profit descrivono le “daara” come luoghi malsani, dove i bambini sarebbero costretti a vivere in condizioni di povertà estrema e di privazioni alimentari ed affettive, non adeguate alla loro età. I bambini “talibé”, non sono destinati a frequentare una scuola, ma vivranno mendicando l’elemosina.
Sicuramente Lamine è stato fortunato a nascere in Europa: speriamo che i chirurghi di questo reparto, forti della loro esperienza e perizia professionali, riescano a ridonare all’esofago di Lamine la possibilità di gustare in futuro tanti cibi buoni e saporiti della cucina senegalese ed italiana.
Forza piccolo Lamine! La prossima estate papà Modou ti porterà in Senegal dove il mare azzurro con le sue spiagge dorate ti attende. Noi medici, vogliamo immaginarti felice e spensierato come un bambino dovrebbe essere, mentre nuoti nel tuo mare e giochi con i tuoi birilli colorati.
Trilly
(pseudonimo di Mariarita Cajani,
pediatra di famiglia)
mariarita.cajani@fastwebnet.it