Dissuasori e deterrenti scolastici

Maurizio Bonati

È il primo giorno però domani ti abituerai

E ti sembrerà una cosa normale

Fare la fila per tre, risponder sempre di sì

E comportarti da persona civile

In fila per tre

Edoardo Bennato

Ci sono dissuasori acustici, ultrasuoni, laser, visivi, meccanici, vibranti, odorosi, automatici, a scomparsa, fissi, per insetti e altri animali. Quelli stradali utilizzati per impedire il passaggio o la sosta ai veicoli, per delimitare aree in modo sicuro e ordinato, per la sicurezza e la gestione urbana sono i dispositivi più comuni ed esemplificativi per impedire un’azione. Dispositivi meno efficaci sono quelli deterrenti il cui effetto atteso è quello di scoraggiare un’azione (per esempio, con sanzioni, minacciando punizioni, impiantando sistemi di allarme). L’efficacia di questi ultimi è minore dei primi, come lo è l’uso degli spaventapasseri rispetto alle reti per proteggere le coltivazioni, ma comunque, entrambi, inefficaci per la prevenzione di un’azione illecita o non tollerata.

Tuttavia, la circolare firmata dai ministri dell’Interno e dell’Istruzione e del Merito per “il rafforzamento delle azioni di prevenzione e contrasto di fenomeni di illegalità negli istituti scolastici” controllando gli studenti con un metal detector ai cancelli scolastici, come all’imbarco degli aeroporti o all’ingresso di stadi, banche e tribunali, a scopo di sicurezza, è diventata operativa. Può risultare eccessiva per alcuni, essenziale per altri, bizzarra per altri ancora. Una risposta immediata del governo dopo che uno studente è stato accoltellato a morte da un compagno all’interno di un istituto professionale. Una soluzione volta a proteggere la sicurezza degli spazi, ignorando la destinazione d’uso e i frequentatori di questi luoghi, con uno strumento dissuasore (il metal detector) e un provvedimento deterrente (le sanzioni alle famiglie). Alcuni strumenti pericolosi e non pertinenti all’educazione scolastica non entreranno a scuola, ma continueranno ad essere usati al di fuori. Una soluzione inoltre onerosa non solo per l’acquisto dell’apposita strumentazione, ma anche per la gestione in termini di personale di pubblica sicurezza. Oltre al fatto che il controllo dovrà modularsi all’orario delle lezioni e il mettersi in fila per i controlli richiederà tempo. E al beep-beep per un compasso o una spatola per la creta conseguirà il controllo dello zaino. Già la Circolare 3392 del 16 giugno 2025, che impone il divieto assoluto di utilizzo di cellulari e altri dispositivi elettronici personali (smartwatch, auricolari, ecc.), presenta non pochi limiti sia nella sua applicazione che nell’appropriatezza nel perseguire le finalità dichiarate.

Un provvedimento in linea con la cultura della difesa, la dilagante retorica ideologica dell’ordine che, per esempio, consente a militari e forze dell’ordine, anche in modo più facilitato che ad altre figure professionali ed esperienziali, di entrare nelle scuole e nelle università come “formatori” e organizzare visite a basi militari o caserme1. La scuola potrebbe invece essere uno spazio aperto, di socializzazione, in cui intrattenersi anche dopo le lezioni: una casa educativa della comunità. Certo è più facile e semplice investire risorse in metal detector piuttosto che in personale (insegnanti, educatori, animatori, facilitatori sociali), ma sarebbe un investimento per un percorso educativo più ampio, più realistico, lungimirante e necessario.

In una realtà come quella italiana caratterizzata da enormi disuguaglianze territoriali e sociali la necessità non è quella di dissuasori o deterrenti, ma di persuasori o promotori di iniziative e azioni accoglienti ed efficaci, in particolare per la popolazione giovanile. Una popolazione cronicamente dimenticata e che cattura l’attenzione (momentanea) attraverso fatti di cronaca o richieste di risorse da parte degli operatori dei servizi preposti alla salute dei giovani. Eppure i fenomeni di dispersione scolastica, tanto espliciti (l’abbandono vero e proprio) quanto impliciti (le basse competenze) sono enormi e caratterizzano stridenti disuguaglianze tra aree geografiche e sociali. La dispersione implicita, per esempio, interessa il 9,8% degli studenti di quinta che hanno alle spalle una famiglia con status socio-economico-culturale inferiore alla media rispetto ai coetanei più avvantaggiati (5,3%)1. Le aree più disagiate sono quelle con la condizione dei Neet (giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano) più elevata: al sud ≥ 30% della popolazione residente totale nella stessa classe d’età, nel centro-nord < 20%2.

Dei 600 alunni dell’istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia il 50% è immigrato di prima o seconda generazione: egiziani, tunisini, marocchini, indiani, albanesi. Questa caratteristica dovrebbe indicare la necessità di percorsi educativi specifici per questa comunità di studenti. Percorsi che forse gli insegnanti faticosamente hanno anche attuato, ma che le soluzioni ministeriali non solo ignorano, ma contrastano. La distribuzione degli alunni dell’Einaudi-Chiodo è simile a quella dei 597 ragazzi e ragazze (26), che a fine marzo 2025 affollavano gli Istituti penali per minorenni, con il 50,1% di italiani e i rimanenti minori stranieri, prevalentemente non accompagnati in questo caso3. La scuola non può essere equiparata, nella pratica di accesso e di sicurezza, a un carcere. La scuola non dovrebbe essere un luogo di custodia.

Patologie psichiatriche, segnali di disagio psichico e comportamenti disadattivi come aggressività, ritiro sociale o autolesionismo interessano il 16% degli adolescenti4. La quasi totalità andrà anche a scuola. Quale strumento o dispositivo è stato messo in funzione o si pensa di utilizzare nelle scuole per identificare forme di fragilità e disagio? Quali le azioni per contenerle, ridurle, prevenirle? Il disagio economico e sociale non va medicalizzato, attribuendo comportamenti disregolati a una cagionevole salute mentale. Gli atti di violenza, di mancanza di rispetto altrui, nel possesso e sopraffazione dell’altra o dell’altro appartengono a una cultura le cui dinamiche pervadono la società in tutte le fasce d’età e in tutti i luoghi di vita, quindi anche a scuola.

Ne La grazia di Paolo Sorrentino5 in una scena compare il rapper Guè (in precedenza noto come Guè Pequeno, pseudonimo di Cosimo Fini) che, insieme ad altri cittadini, riceve un’onorificenza al Quirinale. Durante la premiazione, il presidente gli sussurra nell’orecchio l’iconico verso “Chiedo perdono dopo, non prima per favore” della canzone Le bimbe piangono, che il rapper improvvisa senza base. Con Shablo, produttore musicale, di fianco a un corazziere, che annuisce convinto. Un espediente di rottura, quello di Sorrentino per mostrare che anche una figura istituzionale, la più alta del nostro Stato, è un uomo che si scopre fragile e umano proprio come tutti gli altri, anche grazie a questa canzone. Il decoro istituzionale è certamente rotto, ma non c’è offesa all’onore o al prestigio del Capo dello Stato, ma la tenera condivisione di emozioni che regole e protocolli istituzionali inibiscono o vietano, riducendo la simpatia dei cittadini nelle istituzioni, aumentandone anche la distanza. Ma se questo è auspicabile che avvenga (seppur cinematograficamente) al Quirinale, non è pensabile che avvenga (nella realtà) nella scuola?

Sarebbe utile intendere la scuola come comunità educante alla cui governance contribuiscono docenti, studenti, personale non didattico, ma anche le famiglie. È stato invece previsto il coinvolgimento del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Una decisione che contrasta con l’auspicio di una comunità educante inserita e in relazione con la comunità sociale, locale e nazionale (con almeno uno sguardo attento anche a quella internazionale). Una scuola intesa come spazio e territorio della comunità che vi accede. Una casa educante della comunità, dove si invita, si accoglie e ci si confronta. Una scuola che modula i percorsi didattici anche alle caratteristiche (bisogni) della comunità. È necessario (ri)scoprire un umanesimo scolastico, che renda le comunità più accoglienti e capaci di rendere sovrani ragazze e ragazzi, accompagnandoli ad essere autonomi e indipendenti, membri attivi e responsabili della propria comunità6.

Filastrocca in fila indiana,

per la tribù dei Piedi di Rana,

per la tribù dei Piedi Neri,

per gli Apaches, gran guerrieri,

per i Navajos, i Mohicani,

gli Irochesi ed altri indiani,

compresi quelli del mio quartiere

che fanno la guerra tutte le sere,

poi se la mamma chiama “Carletto!”

fanno pace e vanno tutti a letto.

In fila indiana
Gianni Rodari

BIBLIOGRAFIA

1. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Comprendere i conflitti. Educare alla pace. Roma, Aracne, 2024.

3. Antigone. Senza respiro. Ventunesimo rapporto sulle condizioni di detenzione. Minori. 2025. https://www.rapportoantigone.it/ventunesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/minori/

4. Istituto Nazionale di Statistica (Istat). Rapporto Bes 2024: il benessere equo e sostenibile in Italia. 13 Novembre 2025. https://www.istat.it/produzione-editoriale/rapporto-bes-2024-il-benessere-equo-e-sostenibile-in-italia/

6. Levrero P. La libertà si impara. Firenze: Libreria Editrice Fiorentina, 2024.