Dal pronto soccorso, un grido di aiuto…

“Scendere in pronto soccorso, per chi viene dai reparti, è un’allegoria quanto mai realistica della discesa all’inferno”.

“Una vecchia su una barella strilla invocando sua madre.

Un signore molto sudato vomita in una bacinella di cartone molto piccola.

Un anziano di ritorno dalla Radiologia si è perso e chiede indicazioni. Solo che è sordo, e le chiede gridando.

Una trentenne piange con disperazione teatrale, la psichiatra la guarda avvilita a fianco del letto. Gli ambulanzieri hanno appena sbarellato un ubriaco che minaccia l’infermiere di spaccargli la faccia. L’infermiere lo fissa placido.

Un uomo con il femore frantumato urla e piange come un bambino, la dignità disgregata dal dolore.

Gli operatori socio-sanitari (OSS) corrono avanti e indietro, incastrano barelle in un tetris infinito e senza possibilità di vittoria. Il pavimento vibra per il viavai simultaneo di centinaia di ruote e piedi”.

E così alla protagonista di questo romanzo accade, dopo un pomeriggio particolarmente intenso in pronto soccorso, di vedere Lucifero. Una versione particolarmente sardonica e sbarazzina dell’angelo caduto, che ha sì le ali membranacee di un pipistrello, ma anche magliette di gruppi rock e jeans sdruciti.

Mentre la giovane dottoressa si barcamena nel difficile lavoro di medico di pronto soccorso, tra diagnosi complesse, parenti rivendicativi, interruzioni continue, tempo che scorre sempre troppo veloce, comunicazioni infauste e ore di straordinari, Lucifero funge da controcanto: ironico, spietato, a tratti inquietante, per ricordare alla protagonista e al lettore che il rischio di un lavoro simile è la consunzione dell’anima che, poco a poco, a contatto con questa umanità densa e sofferente e con la solitudine di un mestiere totalizzante, rischia di sfilacciarsi. “L’empatia è una dote necessaria per un buon medico, così ci insegnavano all’università. Peccato che poi nessuno mi abbia insegnato come maneggiarla. Come dosarla, a che distanza, come non farmi schiacciare. Come decomprimere il peso, dopo. Con chi parlarne”.

Il romanzo di Giorgia Protti, medico internista che ha lavorato a lungo in un grande pronto soccorso, con una scrittura netta e trascinante, immerge il lettore nella vita quotidiana degli urgentisti nell’attuale difficile contingenza storica. Descrive con minuzia e realismo i momenti di entusiasmo per le diagnosi corrette e il peso sul cuore delle storie drammatiche, la frustrazione per il tempo che manca, per i consulenti sempre impegnati, per i pazienti che scalpitano; il senso di colpa per il senso di umanità perso e la devastazione portata dall’eccesso di empatia. L’autrice non manca di sottolineare le criticità del pronto soccorso: l’errore dietro l’angolo e quasi connaturato all’esercizio di un mestiere difficile in ambiente ostile, la solitudine degli operatori, il sovraffollamento dato dalla riduzione dei posti letto, la continua rincorsa del dover rispondere a un bisogno di salute troppo grande e sproporzionato alle risorse a disposizione, la frustrazione di comunicare tutto ciò a un’utenza sempre più rivendicativa.




La soluzione è trovare la giusta distanza dal male, dal dolore fisico dei pazienti, da quello emotivo degli operatori, dall’imperativo morale del giuramento di Ippocrate, che sembra così inutilmente categorico appena lo si cala nella realtà.

È un romanzo imprescindibile per medici e infermieri di pronto soccorso, che troveranno conforto nel vissuto condiviso, ma anche per i pazienti, ai quali potrebbe aprire gli occhi la sua narrazione antiretorica, lontanissima dai due stereotipi diffusi dai mezzi di comunicazione: i medici-eroi delle serie TV e dell’epoca pandemica, e i medici-casta della propaganda no-vax e dei volantini sulla rivalsa legale. Nutro, in segreto, una pur debole speranza: che questo ennesimo grido d’aiuto, mascherato dallo stile scorrevole e disinvolto e dal realismo magico romanzesco, giunga alle orecchie di chi di Sanità si occupa. Di chi ha la possibilità di salvare il sistema d’emergenza-urgenza dal collasso a cui è destinato a breve per l’emorragia di bravi operatori. Che qualcuno possa veramente pensare a delle politiche di prevenzione del burnout del personale, di gestione del sovraffollamento, di potenziamento delle strutture territoriali che preservino il pronto soccorso per quello che è: “Un luogo fuori dal tempo e dallo spazio in cui si cura chi ha bisogno, senza risparmio, senza retorica, senza giudizio”.

Michela Chiarlo

michelachiarlo@gmail.com

GIORGIA PROTTI

La giusta distanza dal male

Einaudi, Torino, 2025; 256 pp, 19,50 euro