La cura di una rivista:
ricordo di Maurizio Bonati

Luca De Fiore

Il Pensiero Scientifico Editore

luca.defiore@pensiero.it

«Nell’idea stessa di storia, c’è qualcosa che ha a che fare con il riparo. Il riparo, forse dell’esploratore, del viaggiatore che è tornato a casa, che è vissuto per raccontare la storia, o del soldato che ha fatto ritorno, che è sopravvissuto. Dunque c’è questo senso quasi fisico di rifugio, dove la storia rappresenta una specie di abitazione, una specie di casa. Ma poi, dentro la storia c’è un altro genere di riparo. Perché ciò che la storia racconta ed espone è al sicuro dentro la storia, al riparo dall’oblio, dalla dimenticanza e dall’indifferenza quotidiana...»١

John Berger scriveva così, e a rileggerlo oggi viene quasi naturale – a chi lo ha conosciuto – intravedere una similitudine con il modo in cui Maurizio Bonati ha lavorato a Ricerca & Pratica. Non era, il suo, un compito redazionale, credo, ma proprio questo: la costruzione di un riparo. Un luogo dove certe storie – quelle della vera sanità pubblica, della cura, dei servizi che funzionano o che tradiscono chi dovrebbero proteggere – potessero restare al sicuro dall’indifferenza quotidiana invece di scomparire nel rumore di fondo delle notizie di ogni giorno. Ogni numero della rivista era, in questo senso, un piccolo atto di resistenza contro la dimenticanza.

Per arrivare a costruire quel riparo, però, occorreva prima cercare. E il modo in cui Maurizio cercava assomigliava più al lavoro di un ricercatore sul campo – o, se si vuole, di un detective, di uno storico che procede per indizi – che a quello di un editor che seleziona articoli da un cassetto di proposte. Curare una rivista, per lui, era un’indagine sulla realtà: sulla cura, sulla sanità, sul Servizio sanitario nazionale, condotta con la stessa pazienza con cui si costruisce il set per una staged photography, mettendo insieme frammenti che da soli dicono poco e che insieme, invece, disegnano un quadro. Era anche un esercizio di microstoria, verrebbe da dire: l’attenzione a persone e dinamiche che raramente attirano lo sguardo, la scelta di casi che Maurizio chiedeva di mettere a fuoco confrontandoli sempre con quanto la migliore letteratura internazionale andava nel frattempo producendo. Una lettura ravvicinata del mondo, condotta però senza mai perdere di vista l’orizzonte più ampio della ricerca scientifica. Ed è qui che occorre essere precisi, perché sarebbe un errore leggere questa attitudine come una forma di scetticismo verso le evidenze. Non lo era. Maurizio non ha mai proposto di superare una medicina fondata sulle sperimentazioni più rigorose: le pretendeva, semmai, con maggiore intransigenza di altri. Ciò che chiedeva, di continuo, era di mettere alla prova quelle evidenze confrontandole con i vissuti reali delle persone; una sfida che non si esaurisce mai, perché ogni volta che un dato incontra una vita cambia qualcosa, in entrambe le direzioni.

Questa tensione tra il dato e la vita spiega anche dove Maurizio scegliesse di guardare. La sua attenzione si è sempre concentrata sui margini della medicina che conta; anzitutto sulle cure primarie, una scelta perfettamente coerente con la storia stessa della rivista. Ma più ancora, il suo sguardo cercava “popolazioni” e persone in condizioni di fragilità, spesso per questo invisibili: i bambini e le donne, gli adolescenti, le persone detenute, le persone discriminate per orientamento sessuale o identità di genere. Dare visibilità alla sofferenza e al riscatto di chi vive ai margini non era soltanto un servizio reso ai lettori di Ricerca & Pratica; lo era, allo stesso titolo, verso i protagonisti stessi delle storie che la rivista raccontava. Perché – tornando ancora a Berger – “una storia è sempre un’operazione di salvataggio”.

Si può leggere il lavoro editoriale di Maurizio, parafrasando Carlo Ginz-burg, come un modo di leggere la storia della sanità dei nostri anni controcorrente, a contropelo2, cercando nelle testimonianze a cui dava voce le tracce dell’oppressione3, e immaginando che dall’analisi paziente di casi legati a contesti specifici potessero emergere, un giorno, nuove generalizzazioni, nuove domande, nuove ricerche. Come diceva Marc Bloch, Maurizio ha saputo estrarne la vita4. E questa attitudine non si esauriva nei testi: è particolarmente evidente nello spazio che ha voluto riservare, numero dopo numero, ai lavori fotografici di giovani autori che chiudono ogni fascicolo di Ricerca & Pratica; ultime pagine che non erano un ornamento, ma la firma visiva di un metodo, la conferma che guardare da vicino, con cura, è già un modo di fare ricerca.

Mi è capitato di rileggere, in questi giorni, una frase del grande critico d’arte Aby Warburg: “Il libro di cui hai bisogno si trova accanto a quello che cerchi.” La mia storia con Maurizio è andata proprio così: forse cercando altre persone, altri percorsi, ho incontrato lui, l’amico di cui avevo bisogno. E con lui il modo, che ora tocca a noi provare a conservare, di intendere la cura di una rivista come una forma di ricerca sul mondo.

BIBLIOGRAFIA

1. Berger J, Sontag S. Raccontare una storia. Milano: Il Saggiatore, 2026.

2. Ginzburg C. Rivelazioni involontarie. In: La lettera uccide. Milano: Adelphi, 2021.

3. Ginzburg C. Le nostre parole, e le loro. In: La lettera uccide. Milano: Adelphi, 2021.

4. Wessel M. Réflexions pour le lecteur curieux de méthode. Marc Bloch et l’ébauche originelle du “Métier d’historien”, in: Genèses 1991; 3: 154-1.