L’immagine come dispositivo

Intervista a Giulia Parlato

Giulia Parlato è un’artista visiva nata nel 1993 a Palermo, che vive e lavora tra Roma e Palermo dopo la formazione londinese al London College of Communication e al Royal College of Art. Il suo lavoro si muove tra fotografia, video e suono con uno sguardo che mette costantemente in discussione l’idea di immagine come prova oggettiva, interrogando in particolare i linguaggi tecnici e apparentemente neutri della fotografia scientifica e forense.

La sua pratica procede per stratificazione, unendo sopralluoghi, materiali d’archivio, oggetti e dispositivi per esposizione come teche, etichette e inventari, in un metodo dove l’errore e l’interpretazione non sono ostacoli ma parte integrante del processo, elementi che aprono fessure e impediscono alla narrazione di chiudersi in una versione troppo stabile. Gli oggetti diventano indizi, portatori di una promessa di autenticità che può sempre essere riscritta, mentre il corpo umano resta volutamente ai margini della scena, presenza funzionale più che protagonista, traccia di un gesto tecnico o di un rapporto di scala.

Al centro della sua ricerca c’è l’archivio inteso come spazio vivo, capace di far dialogare memoria familiare, finzione e paesaggio. In progetti come “Diachronicles” e “The Vanished Rose Grower” il paesaggio diventa soglia verso un altrove non del tutto accessibile, e il libro, come nel caso di “Diachronicles” pubblicato da Witty Books, assume una propria autonomia rispetto alla mostra, con un ritmo fatto di ritorni e risonanze tra le immagini.







La tua pratica mette in discussione la fotografia come documento di verità, soprattutto nei suoi usi scientifici e forensi. Quando e come nasce questa esigenza critica? C’è stato un momento, un’immagine o un’esperienza che ha innescato questa direzione di ricerca?

La mia esigenza critica nasce dall’osservazione di come alcune immagini, soprattutto in ambito scientifico e forense, vengano assunte come “prove” senza essere realmente interrogate. Mi interessa il momento in cui la fotografia appare oggettiva, attraverso un linguaggio tecnico e neutro, pur essendo il risultato di scelte ed esclusioni. È su questa soglia che si sviluppa la mia ricerca: quando l’immagine smette di essere una finestra sul reale e si rivela come un dispositivo costruito.

Questa riflessione nasce anche dal mio percorso personale. Sono cresciuta in un contesto legato alla storia e all’archeologia, a contatto con documenti e archivi, sviluppando presto una consapevolezza della loro natura interpretativa. A ciò si aggiunge l’esperienza con la mia bisnonna, i cui racconti diretti della guerra, soggettivi e intensi, si sono scontrati con una narrazione storica più istituzionale. Da questa tensione è nata una riflessione sulla costruzione della memoria e sulla selettività di ogni racconto storico.




Il tuo progetto “Diachronicles” costruisce uno spazio ambiguo, in cui vero e falso si sovrappongono e la storia appare frammentaria e instabile. Come prende forma un tuo progetto: parti da una ricerca teorica, da materiali d’archivio, da oggetti, o da immagini preesistenti? Qual è il ruolo dell’errore e dell’interpretazione nel tuo processo creativo?

I progetti prendono forma per stratificazione: sopralluoghi, materiali d’archivio, oggetti, appunti, e anche linguaggi espositivi come teche, etichette, inventari, supporti. In “Diachronicles” questa grammatica è centrale: mi interessava costruire un terreno in cui vero e falso si contaminano e la storia resta in tensione. L’errore e l’interpretazione sono parte del metodo, perché aprono una fessura e impediscono alla narrazione di chiudersi in modo troppo stabile.

Nei tuoi lavori gli oggetti assumono spesso un ruolo centrale, mentre il corpo umano resta ai margini, come strumento di misurazione o analisi pseudoscientifica. Come scegli gli elementi che entrano nei tuoi progetti e che tipo di relazione instaurano tra loro all’interno della narrazione visiva?

Gli oggetti entrano nei lavori come indizi. Li scelgo quando portano con sé una promessa di autenticità ma anche la possibilità di essere riscritti: reperto, replica, frammento, prova. Il corpo umano resta spesso ai margini perché mi interessa lo sguardo che misura e cataloga. Quando compare, è come traccia funzionale: gesto tecnico, rapporto di scala, presenza che attraversa la scena senza diventarne il centro.

Ti sei formata e vivi tra Londra e Palermo, due contesti culturali molto diversi. Quanto sono stati determinanti gli studi all’estero nella costruzione del tuo linguaggio e del tuo approccio critico? E che peso hanno avuto riconoscimenti come il Premio Luigi Ghirri nel consolidare il tuo percorso?

L’esperienza a Londra è stata fondamentale soprattutto sul piano metodologico, permettendomi di sviluppare rigore, approccio alla ricerca e libertà nel muovermi tra linguaggi diversi. Ho studiato al London College of Communication (University of the Arts London), in un contesto stimolante ma anche molto competitivo e orientato alla pratica. La triennale è stata per me una fase di sperimentazione, mentre la svolta è arrivata con il master al Royal College of Art, dove ho maturato un approccio più consapevole e strutturato.




Il ritorno in Italia ha riportato la mia ricerca verso una dimensione più personale con un’attenzione particolare agli archivi come spazi vivi. I riconoscimenti hanno contribuito a dare continuità e visibilità al lavoro, senza però modificarne la direzione, anche se talvolta rischiano di distrarre dalla ricerca personale. In questo senso, il Premio Luigi Ghirri è stato particolarmente importante, sia per le condizioni produttive offerte sia per il dialogo e il sostegno nel tempo da parte dei curatori.

“Diachronicles” è diventato anche un libro*, pubblicato da Witty Books. Come vivi il rapporto tra fotografia ed editoria? In che modo il libro trasforma o amplia il progetto espositivo, e che ruolo immagini per la forma editoriale nel tuo lavoro futuro?

Il libro per me è un’opera autonoma: cambia il ritmo, il tempo, e il modo in cui le immagini si richiamano. La sequenza diventa uno spazio mentale fatto di ritorni, pause, risonanze. Con “Diachronicles” la pubblicazione con Witty Books è stata un modo per dare una struttura precisa a un materiale che in mostra resta più disperso e ambientale. Nel lavoro futuro immagino l’editoria come uno dei luoghi in cui sperimentare, anche in dialogo con suono e testo.

Negli ultimi lavori la tua ricerca sembra muoversi tra archivio, memoria familiare e paesaggio, trasformando la fotografia in un dispositivo narrativo complesso e quasi investigativo. Come si articolano questi progetti più recenti e in che modo dialogano tra loro?

Negli ultimi anni ho sviluppato progetti in cui l’archivio diventa un protagonista della narrazione. “The Vanished Rose Grower” nasce dalla scomparsa, negli anni Sessanta, di un parente, emigrato ad Auckland inseguendo un futuro ideale mai realizzato. Stabilitosi a Taupaki, viveva coltivando rose e progettando una nuova partenza, prima di sparire nel nulla.

Il progetto, realizzato nel 2024 e presentato per la prima volta nel 2025 alla Quadriennale, nasce da un archivio familiare di lettere, fotografie, mappe e documenti, intrecciato alle ricerche consolari avviate dopo la scomparsa. Durante il lavoro ho individuato un luogo chiave: la spiaggia di Piha, dove fu ritrovato il suo motorino e che è nota per altre sparizioni.

Ho ripercorso gli itinerari delle sue passeggiate solitarie, fotografando il paesaggio come una soglia verso un altrove inaccessibile.







Michela Fabbrocino

michela.fabbrocino@gmail.com

*Elisa Mariotti, si occupa di fotografia documentaria e di questioni sociali, con progetti principalmente a lungo termine; **Michela Fabbrocino, Docente di Fotografia Dipartimento di Progettazione e Arti applicate, Accademia di Belle Arti di Bari

GIULIA PARLATO

Giulia Parlato (nata nel 1993 a Palermo) è un’artista visiva che lavora tra Roma e Palermo. Ha studiato Fotografia al London College of Communication e ha conseguito un Master al Royal College of Art.

La sua ricerca, che comprende fotografia, video e suono, esplora il modo in cui finzione e storia si intrecciano. Attraverso immagini costruite, riflette sui processi attraverso cui la conoscenza viene prodotta, registrata e talvolta distorta. La sua pratica indaga concezioni mutevoli del tempo, concentrandosi su passati remoti e su futuri speculativi intesi come territori immaginati e irraggiungibili. Gli spazi sotterranei, sia letterali sia simbolici, costituiscono un ambito ricorrente della sua ricerca, incarnando memoria nascosta, trasformazione e la possibilità di narrazioni alternative.

Il lavoro di Giulia è stato presentato in mostre personali e collettive in Italia e all’estero, tra cui Palazzo delle Esposizioni (Roma, 2025), Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma (2025) e di Londra (2024), MAXXI (Roma, 2024), Triennale (Milano, 2023).

È vincitrice del Premio Luigi Ghirri (2022), dell’Innovate Grant (2020), del Camera Work Award (2020) e del Carte Blanche Étudiants Award (2019). Le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private, tra cui la Sir Mark Fehrs Haukohl Collection of European Women Photographers presso il Los Angeles County Museum of Art e il Brooklyn Museum, la Collezione Donata Pizzi e la Biblioteca Panizzi.

giuliaparlato@yahoo.it | @giuliaparlato

*Parlato G. Diachronicles. Torino: Witty Kiwi Books, 2023.