Istantanee da Collelongo. Storia orale vs story telling


«Ma tu sei iscritto al sindacato minatori? No, però ho la tessera della CGIL scuola», è con questo formidabile attacco che Alessandro Portelli inaugura i tre incontri sulla storia orale nell’ambito del Festival delle culture popolari di Collelongo, giunto ormai alla sua quinta edizione1.

Ai margini della Piana del Fucino e incluso nell’area di protezione esterna del Parco d’Abruzzo, Collelongo è uno di quei paesi che, secondo il nuovo Piano strategico nazionale per le aree interne, reso disponibile dal governo ai primi dello scorso luglio2, potrebbe essere destinato a scomparire. Nel frattempo, ormai da cinque anni ospita un festival dedicato alle cosiddette culture marginali che diventa di volta in volta sempre più ricco e che offre alle centinaia di persone che ormai lo frequentano seminari di musica, danza, canto e, per l’appunto, di storia orale, nonché almeno due spettacoli a sera, tra concerti, presentazioni di libri e incontri teatrali (e qui chi scrive dichiara il proprio conflitto di interesse, dal momento che non si è persa nessuna edizione del festival e che fa parte di un coro di musica popolare e di un gruppo di danza).

Ma torniamo agli incontri guidati da Sandro Portelli, americanista, già docente di letteratura americana alla Sapienza di Roma (ecco perché la tessera della CGIL scuola) e pioniere della storia orale nel nostro Paese. Il tema di quest’anno riguardava il confronto con lo story telling, pratica di comunicazione che ha indubbiamente i suoi meriti, ma che oggi conosce una preoccupante deriva verso il marketing. Così la descrive, per esempio l’Ammi, Academy of Management for Made in Italy3: «Lo storytelling è una forma di comunicazione potente che coinvolge il pubblico attraverso narrazioni avvincenti. Nell’era digitale, si parla anche di digital storytelling, il quale ha assunto un ruolo sempre più significativo nella promozione di prodotti, servizi e idee e può essere sfruttato in ambito promozionale». Contrappone Portelli: «Fare storia orale significa che tu puoi essere un professore e il tuo interlocutore un analfabeta, però se gli stai facendo un’intervista, vuol dire che lui sa cose che tu non sai». E vorresti che te le raccontasse. Le cose che non sai possono essere anche molto diverse dall’idea da cui sei partito, allora, per provare a tirarle fuori devi metterti in modalità di ascolto. Un processo che, nelle sue accezioni virtuose, assomiglia al percorso di costruzione di una relazione di cura, in cui paziente e sanitario si mettono in gioco, ciascuno con il proprio ruolo, competenze e vissuto. Né l’uno, né l’altro, probabilmente, riusciranno a tirare fuori tutto, ma non è nemmeno necessario, basta costruire un po’ di terreno comune e di fiducia.


LA MEMORIA È EMOZIONE

Presupposto indispensabile, quindi, è il dialogo tra due persone che possono essere lontanissime per vita ed esperienze, ma che decidono di costruire un ponte tra le proprie rispettive realtà e incontrarsi. E se funziona, come nel caso di Hugh Cowans, minatore nero del Kentucky, pastore metodista e sindacalista, il Martin Luther King delle miniere, il risultato è un patrimonio di idee, di fatti e di prospettive che contribuiscono a dipingere l’affresco di un pezzetto di storia americana contemporanea. Sulle vicende vissute che Cowans ha raccontato a Portelli, si può vedere il memorabile documentario di Barbara Kopple, Harlan County U.S.A., che nel 1977 ha vinto un Oscar raccontando di uno sciopero minerario. E ancora non basta: «dopo aver condiviso con me la sua visione delle conquiste sindacali dei minatori del Kentucky, si rivolge alla moglie e le chiede “vuoi aggiungere qualcosa, cara?”, lei risponde di no, dopo di che parla per due ore», ricorda Portelli. Ma, naturalmente, non si tratta solo di un ricordo, perché c’è una registrazione che possiamo ascoltare e da cui traspare, per esempio, tutto il dolore e la fatica di chi parla nel ricordare che i propri genitori erano schiavi. L’emozione nella parola aggiunge significato.


LA MEMORIA È FALLACE

Come qualunque esperto di neuroscienze, chiunque fa storia orale ha ben chiaro che la memoria sbaglia, travisa o ricostruisce sulle onde dell’emozione e che la stessa vicenda non sarà raccontata allo stesso modo a persone diverse e in momenti diversi. Perciò da tempo la storia orale ha superato l’obiezione metodologica che l’accusava di imprecisione a fronte del documento scritto, si è capito che il suo valore euristico va ben oltre l’essere una fonte. «Più ancora dell’evento in quanto tale, il fatto storico rilevante è la memoria stessa», dice Portelli, e il compito dello storico orale è quello di decifrare perché quel certo fatto sia ricordato in quel certo modo. Per esempio, l’uccisione da parte della polizia del governo Scelba di Luigi Trastulli, il 17 marzo del ‘49. Trastulli, operaio ventenne delle acciaierie di Terni manifestava per la pace e contro l’entrata dell’Italia nella Nato (sic!). Molti testimoni collocano la sua uccisione durante gli scioperi del ‘53 contro i licenziamenti. Interrogarsi sul perché di questo slittamento, spiega Portelli che a questa morte ha dedicato un libro4, ci dice tantissimo sulla storia di Terni, città dell’acciaio e di grandi lotte sindacali. E, poi, naturalmente, sulla morte di Luigi Trastulli c’è anche una canzone.


LA MEMORIA È ANCHE CANZONE

La storia orale, infatti, non è solo interviste, ma è anche canzoni, l’altra gamba della narrazione degli eventi e dei vissuti di chi a quegli eventi ha preso parte (e il Circolo Gianni Bosio, organizzatore del festival di Collelongo, dispone di cinquant’anni di registrazioni delle une e delle altre). Ecco perché la presentazione5 del libro di Giovanni Straniero e Federico Sirianni “Alle origini della canzone d’autore” (Voglino editore) dedicato allo zio Michele Straniero, poeta, musicologo, cantautore, ideatore insieme a Sergio Liberovici del Cantacronache, collettivo di musicisti, poeti e letterati, è stata un viaggio nel tempo, nei racconti e nei canti.

Tra cui la rievocazione, epica, dell’edizione del 1964 del Festival dei due mondi, a Spoleto, quando proprio Michele Straniero cantando “O Gorizia tu sei maledetta” intonò la strofa “Maledetti signori ufficiali che la guerra l’avete voluta”. Apriti cielo: la platea insorse contro quell’attacco alle gerarchie militari e la cosa finì con un processo e la censura della canzone.

Eppure, Moni Ovadia, che a Collelongo ha presentato una meravigliosa raccolta di poesie palestinesi accompagnate dalla musica di Valerio Mileto, ha colto l’occasione per raccontare come, una cinquantina d’anni dopo l’incidente del festival di Spoleto, la stessa canzone, nella versione integrale, proprio a Gorizia è stata accolta con commozione e un gigantesco applauso liberatorio.

Eva Benelli

Zadig, Roma

benelli@zadig.it


BIBLIOGRAFIA

1. https://www.circologiannibosio.it/progetti/festival-di-culture-popolari-del-circolo-gianni-bosio-a-collelongo-az/

2. https://www.scienzainrete.it/articolo/oltre-lo-spopolamento-le-aree-interne-tra-crisi-e-possibilit%C3%A0/grazia-battiato/2025-07-16

3. https://ammi.education/blog/digital-storytelling-cos-e

4. L’uccisione di Luigi Trastulli: Terni, 17 marzo 1949.  


La memoria e l’evento. Il formichiere editore

5. https://www.facebook.com/federico.sirianni/photos/


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