La normalità come rivoluzione

Nelle settimane e nei giorni in cui il ministro Piantedosi presentava il nuovo Piano sicurezza, tutto volto a inserire nuovi reati o a inasprire gli esistenti, e il ministro Valditara invocava l’introduzione del metal detector nelle scuole, una voce dissonante ha cercato di farsi strada, ricordando che basterebbe tenersi alla normalità di quanto già prevedono le nostre leggi e il mandato costituzionale per fare una rivoluzione nelle carceri e dell’idea di detenzione, commisurando la pena al rispetto della dignità umana e al recupero di chi si è reso colpevole.

Luigi Pagano, una lunga storia alla direzione di diverse carceri, un percorso come vice capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap), un ruolo innovatore nel progettare la Casa di Reclusione di Milano-Bollate, carcere modello, e nel creare la sezione a trattamento avanzato per i detenuti tossicodipendenti di San Vittore, la famosa “Nave”, nonché ideatore del primo Istituto a custodia attenuata per madri detenute (ICAM), ha presentato il suo ultimo libro: La rivoluzione normale. «Se proprio di un carcere abbiamo bisogno» recita il sottotitolo e la rivoluzione è tutta qui: cominciare a confrontarsi con l’idea che possiamo fare a meno del carcere come risposta sociale a chi si mette fuori dalla legge. O, quanto meno, che la necessità di “restringere” le persone condannate si possa gestire con logiche e modi molto diversi dagli attuali.

APPLICARE LE NORME

«Vogliamo far capire alla società, ai politici, che sono loro i primi a non dovere abbandonare il detenuto a sé stesso», così rispondeva Luigi Pagano durante un’intervista1 nell’ormai lontano 2013. Pagano, nominato da poco vice capo della Dap, era convinto che i tempi o, quanto meno, le necessità per la sua rivoluzione normale fossero maturi. Al ministero, racconta, ci si aspettava una condanna della Corte europea per i diritti dell’uomo per le solite ragioni, identiche alla situazione di oggi: sovraffollamento, condizioni inumane e degradanti. Nella visione di Pagano una soluzione c’era, si trattava di mettere mano alle norme ed applicarle: «differenziando i ristretti in base alla loro pericolosità, alla durata delle pene e alla territorializzazione, […] favorendo il miglioramento delle condizioni dei detenuti e anche del personale».

Tutte misure di buon senso, “normali”, quelle che propone Pagano ormai da quasi quindici anni. Riorganizzare i circuiti penitenziari in maniera più omogenea per percorso di pena, perché il detenuto che è vicino al rilascio difficilmente si metterà a scalare i muri o segare le sbarre, richiede perciò meno impegno di sorveglianza e questo può consentire di concentrare la polizia penitenziaria, sempre insufficiente, là dove serve di più. C’è poi chi in carcere non ci dovrebbe stare per niente: le persone tossicodipendenti, le madri con i propri figli e figlie.

Ma Pagano si spinge oltre, ponendo alla base di ogni ragionamento sulle strategie di gestione delle carceri un punto fermo: «è assolutamente essenziale portare fuori il detenuto dal carcere, dargli la possibilità di pene alternative. Lo dice la logica: la recidiva si abbatte del 70% quando una persona sperimenta strade diverse dallo stare tutto il giorno in cella senza fare niente».

UNA BREVE STAGIONE

Dopo la puntuale condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), dell’8 gennaio 2013, con la cosiddetta sentenza Torreggiani2, lo Stato italiano si ritrova fuorilegge e con un anno di tempo per intervenire. L’emergenza, soprattutto quella del sovraffollamento era conclamata da tempo e aveva già portato all’emanazione del cosiddetto “Piano carceri” che prevedeva l’assunzione di 2000 agenti di polizia penitenziaria, il ricorso straordinario alla detenzione domiciliare e l’avvio della costruzione di nuove strutture carcerarie e l’ampliamento di una ventina di padiglioni. Misure ben lontane dal dimostrarsi efficaci: le scarcerazioni non controbilanciavano gli ingressi, le nuove strutture non erano pronte e l’ampliamento dei padiglioni significava soltanto l’aumento della capienza e non un miglioramento delle condizioni. Al contrario, la sentenza Cedu indicava chiaramente che cosa avrebbe dovuto essere modificato: le superfici minime, la cubatura d’aria, il riscaldamento e l’illuminazione… (e se l’impressione è quella del déja-vu, è corretta). Occorreva di più.




Pagano e un gruppo di volonterosi della Dap mettono mano alle modifiche necessarie (tra mille opposizioni e critiche continue), la rivoluzione normale riesce a ottenere una serie di razionalizzazioni della gestione carceraria e la riduzione del numero dei detenuti fino a 52.000, così che la Corte europea archivia i ricorsi avviati contro l’Italia. Un breve successo.

MANCANO SOLO LE CAVALLETTE

Quanto sia durata poco la stagione della rivoluzione normale ce lo dicono i 60 nuovi reati introdotti dal governo, il sovraffollamento delle carceri peggiore che mai, l’impressionante numero dei suicidi e le spaventose condizioni della maggior parte delle strutture di detenzione3. Pagano rimpiange l’occasione, anzi le occasioni perse: «Non ci siamo fatti mancare nulla, salvo le cavallette. Così gli anni passano e il carcere non cambia. Anzi cambia, eccome, però in peggio».

Eva Benelli

benelli@zadig.it

BIBLIOGRAFIA

1. Daniele Biella, Vita, 6 febbraio 2013.

2. https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_20_1

3. https://www.rapportoantigone.it/ventunesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/