Una fotografia “territorio dell’interiorità”

Intervista a Ilaria Sagaria

Ilaria Sagaria è un’artista visiva che attraversa la fotografia come un territorio dell’interiorità, intrecciando memoria, simboli e metamorfosi.
Nei suoi progetti il passato dialoga costantemente con il presente: iconografie antiche, miti, rimandi pittorici e gesti rituali si fondono con temi contemporanei legati all’identità, al corpo, alla crescita e alla vulnerabilità. La sua è una fotografia intima, meditativa, in cui ogni immagine diventa uno spazio sospeso, un varco psicologico, un racconto che non si chiude mai del tutto.

La tua fotografia sembra sempre nascere da uno spazio interiore: come si forma per te l’immagine nella mente, prima ancora che nello scatto?

Tutto comincia sempre da ciò che io definisco un’urgenza, ovvero un bisogno di dare forma a dei pensieri o a degli stati d’animo che, dopo un lungo processo di sedimentazione e poi di ricerca teorica, iniziano a radicarsi e intrecciarsi per poi trasformarsi in un racconto visivo. Anche quando si raccontano storie non strettamente personali, e dunque non autobiografiche, si parte comunque da sé: da ciò che si porta dentro, dal proprio vissuto, dal proprio mondo interiore. Per me, ogni fotografia è una forma di autoritratto, anche quando il soggetto dell’immagine non sono io. Credo che la ricerca debba cominciare dentro di noi, perché è lì che nascono le cose più autentiche: ed è il modo migliore per comunicare e far arrivare davvero le proprie idee.

I tuoi lavori sembrano dialogare costantemente con la storia dell’arte, dal mondo classico alla pittura sacra. Come scegli i riferimenti visivi da cui partire?

Prima di dedicarmi alla fotografia dipingevo e per questo motivo sono sempre stata attratta dagli studi sul colore e sulla luce. Quando ho iniziato a fotografare, ho portato con me ciò che più mi aveva colpito della pittura e più in generale della storia dell’arte. Con il tempo ho assorbito quell’immaginario visivo ricco di pathos e mistero: a volte riaffiora in maniera consapevole, attraverso una ricerca intenzionale; altre volte emerge inconsciamente, prima ancora che il pensiero riesca a stabilire connessioni. Per quanto siamo noi a scegliere su cosa soffermarci e cosa approfondire, credo che, nel vasto bagaglio delle informazioni che acquisiamo nel corso della nostra vita – sia attivamente attraverso studi, ricerche professionali o semplici curiosità personali, sia passivamente – a volte le cose riemergono e sono loro a scegliere noi.







Qual è il tuo metodo di lavoro quando inizi un nuovo progetto? Parti da una ricerca teorica, da un’intuizione visiva, da un’emozione?

Per ogni lavoro il processo è sempre diverso. La pratica artistica per me è qualcosa di mutevole e difficile da definire e, proprio per questo, anche imprevedibile. A volte ho io le redini in mano; altre, invece, mi sento completamente in balia di ciò che sta emergendo. Ci sono lavori che richiedono un profondo e lungo tempo di sedimentazione, seguito da una ricerca teorica strutturata e accurata. Altri, al contrario, sono nati più di getto. Sono quelli che io chiamo “i lavori di pancia”, in cui un’intuizione visiva o un’irrequietezza emotiva mi spinge a procedere per tentativi, anche senza una direzione del tutto chiara all’inizio. Eppure, passo dopo passo, quel percorso mi porta a costruire poi un lavoro coerente.

Le tue immagini sono costruite con grande cura e teatralità: come lavori sulla messa in scena, dagli oggetti alla gestualità?

Sicuramente la staged photography* rappresenta un punto centrale nella mia pratica artistica. Tutto è scelto con cura: dall’ambientazione agli abiti e agli oggetti fino alla scelta dei volti più particolarmente espressivi. Il mio obiettivo però è scarnificare la finzione, liberarla dagli orpelli estetici per arrivare a qualcosa di vero, puro ed essenziale. Anche se quasi tutte le mie immagini nascono da una messa in scena – soprattutto quelle in cui compaiono dei soggetti – le fotografie che scelgo sono quasi sempre quelle in cui la persona ritratta è colta in un attimo di spontaneità. Spesso accade durante gli scatti di prova per la luce, oppure in quei momenti in cui la persona di fronte a me crede di non essere fotografata. È proprio lì che secondo me la finzione sbiadisce per lasciare intravedere un senso di verità. In molte immagini affiorano gesti interrotti e “rubati”, movimenti appena accennati, sguardi assorti: dettagli minimi che aprono a un’altra dimensione, quella dell’interiorità.










I simboli, come melagrane, bende, insetti sono sempre presenti nei tuoi progetti. Come nasce la scelta di questi elementi?

Il simbolo per me è un’eredità molto importante della storia dell’arte, che aiuta a semplificare concetti complessi. La pittura simbolista in particolare portò in primo piano un’immaginazione soggettiva e visionaria, ricca di rimandi e dal carattere onirico. Il simbolo per me è un modo per vedere oltre, per creare uno sconfinamento che possa indicare un’altra lettura, un’altra possibilità. E nella mia ricerca questa dimensione è fondamentale perché vorrei che ogni immagine fosse come una porta aperta all’interpretazione personale di chi la osserva, una sorta di varco per accedere ad un livello più profondo dell’interiorità umana.

Grazie, Ilaria, per il tuo modo di mettere in scena storie che abitano quella soglia delicata tra tormento e idealizzazione del femminile. Le tue immagini, sospese, ci ricordano quanto la complessità interiore meriti di essere guardata con attenzione, rispetto e meraviglia.

Michela Fabbrocino

michela.fabbrocino@gmail.com

* La staged photography (fotografia allestita) è una tipologia di fotografia in cui le scene rappresentate sono meticolosamente pianificate e costruite, piuttosto che catturate spontaneamente. Al contrario della fotografia documentaria, che cerca di immortalare momenti reali e non mediati, nella staged photography ogni elemento dell’immagine è deliberatamente pensato dal fotografo, che diventa regista della scena. Una pratica che costituisce uno dei principali sottoinsiemi della produzione fotografica contemporanea.
















Ilaria Sagaria

Fotografa e artista visiva, formata all’Accademia di Belle Arti di Napoli, con una ricerca che unisce pittura e fotografia in una poetica intimista e simbolica. Pluripremiata, ha esposto in importanti musei e festival internazionali, tra cui le Gallerie degli Uffizi. Vive e lavora a Milano, dove insegna e porta avanti la sua ricerca artistica.

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