mai più SENZA    Modelli epidemiologici


Tra i tanti enigmi della Rivoluzione francese, ce n’è uno che farebbe la gioia dei complottisti di oggi: la Grande Paura. Nell’estate del 1789, mentre a Parigi si aprivano le porte della Bastiglia, le campagne francesi si facevano travolgere da un’ondata di panico che correva più veloce di un annuncio di Trump sui nuovi dazi all’Europa: voci insistenti annunciavano l’arrivo di bande di briganti, pagate dall’aristocrazia, pronte a radere al suolo villaggi e raccolti. Il dettaglio divertente? Non c’era granché di vero. Ma il risultato fu devastante: contadini inferociti, castelli saccheggiati, archivi feudali in fiamme. Insomma, se non si trattava di un complotto, la paura fece comunque il suo dovere.

Per oltre due secoli gli storici hanno discusso: panico spontaneo o fake news ben orchestrata? La risposta restava più nebbiosa di una mattina sulla Senna. Oggi, invece, un team internazionale ha deciso di affrontare il problema con un approccio radicalmente nuovo: trattare la paura come se fosse un virus. Niente Freud né Marx: entra in scena l’epidemiologia.

Lo studio, pubblicato su Nature, porta la firma dell’economista Antoine Parent (Université Paris 8), del fisico Stefano Zapperi e della patologa Caterina La Porta (Università di Milano). I tre hanno rispolverato un classico del 1932 di Georges Lefebvre – un’epica raccolta di cronache e lettere che oggi definiremmo “crowdsourcing ante litteram” – e l’hanno incrociato con mappe stradali storiche.  


Il risultato? Una rete dettagliata dei percorsi seguiti dalle voci, che appare più simile a una mappa dei contagi che a un capitolo di storia.

La Grande Paura, insomma, non è un episodio di isteria collettiva irrazionale: è un fenomeno organizzato, con dinamiche di trasmissione sociale degne di un virus ben allenato. I contadini non erano preda di fantasie deliranti: reagivano a un sistema di informazioni che seguiva logiche chiare lungo strade e snodi geografici. Altro che “psicosi di massa”: il panico del 1789 aveva un GPS.

“Si tratta di qualcosa che possiamo misurare – e quindi di scienza, non solo di speculazione”, ha commentato su Nature Walter Quattrociocchi, esperto di sistemi complessi e disinformazione digitale alla Sapienza. Tradotto: per capire il Settecento servirà pure leggere i classici della storiografia, ma anche qualche equazione ben fatta.

La lezione, ovviamente, vale anche oggi. L’epidemiologia dei rumour rivoluzionari è una lente preziosa per leggere i nostri tempi, in cui le fake news viaggiano alla velocità della fibra. Se nel 1789 bastava un messo a cavallo per incendiare un villaggio, oggi basta un portavoce improvvido per incendiare un continente. E chissà che tra due secoli qualche storico non analizzi i nostri meme come veri agenti patogeni culturali. La storia si ripete, solo che ora è su TikTok.

Ldf

luca.defiore@pensiero.it

Zapperi S, Varlet-Bertrand C, Bastidon C, et al. Epidemiology models explain rumour spreading during France’s Great Fear of 1789. Nature 2025. https://doi.org/10.1038/s41586-025-09392-2