Lo sguardo oltre il carcere

Il Laboratorio IPM 14/25

All’interno dell’Istituto Penitenziario Minorile “Fornelli” di Bari, la fotografia si è configurata come un dispositivo di osservazione e relazione capace di ridefinire il modo in cui il corpo abita lo spazio. Il Laboratorio IPM 14/25, ideato e condotto dalla professoressa Michela Fabbrocino, nasce come un’esperienza didattica e artistica che mette in dialogo gli studenti e le studentesse del Biennio di Fotografia dell’Accademia di Belle Arti di Bari con i ragazzi detenuti, costruendo un terreno comune di ricerca visiva.

In un contesto segnato da limiti fisici e simbolici, il corpo emerge come primo strumento di conoscenza. Non solo presenza biologica, ma misura dello spazio, unità di relazione, superficie sensibile su cui si inscrivono regole, abitudini e possibilità. Fotografare il corpo in carcere significa interrogare la tensione tra visibilità e invisibilità, tra controllo e autodeterminazione, tra gesto individuale e dimensione collettiva.







Il laboratorio si è sviluppato come un processo aperto, in cui la fotografia è stata proposta non semplicemente come tecnica, ma come linguaggio critico. Gli studenti e le studentesse e i ragazzi coinvolti hanno lavorato insieme, sperimentando posture, distanze, inquadrature, mettendo progressivamente in discussione l’idea stessa di soggetto e autore. In questo spazio condiviso, l’atto fotografico si è via via svincolato da una logica documentaria per diventare pratica relazionale: ogni immagine nasce da una negoziazione, a volte immediata, altre più esitante, fatta di sguardi, pause e piccoli aggiustamenti reciproci.

Particolare attenzione è stata dedicata alla relazione tra corpo e architettura. Le celle, i corridoi, le aule e gli spazi per i colloqui, spesso attraversati in silenzio o durante tempi di attesa sospesi, sono diventati scenari attivi, non semplici sfondi. I corpi li attraversano, li abitano, li mettono alla prova. In alcune immagini, il corpo si contrae e si adatta alle geometrie rigide dell’istituzione; in altre tenta di espandersi, di occupare più spazio possibile, come a ridefinirne temporaneamente i confini. La fotografia, in questo senso, agisce come uno strumento di misurazione sensibile, capace di restituire distanze, prossimità e soglie.

Il tempo è un altro elemento centrale che emerge dal lavoro. Il tempo della detenzione, spesso dilatato e ripetitivo, si riflette nei gesti rallentati, nelle attese, nei movimenti che sembrano tornare su sé stessi. Tuttavia, l’atto fotografico introduce una lieve frattura: ogni scatto è un’interruzione, un momento di scelta. Decidere come mostrarsi, dove collocarsi nello spazio, come utilizzare il proprio corpo diventa così un gesto di affermazione, anche minimo ma concreto.




La dimensione collettiva del laboratorio ha progressivamente attenuato la distinzione tra interno ed esterno. Le immagini prodotte non appartengono esclusivamente a chi è detenuto né a chi proviene dall’Accademia: costituiscono piuttosto un archivio condiviso, un territorio visivo ibrido. Questo aspetto trova compimento nella mostra IPM 14/25, inaugurata il 22 gennaio 2026 e destinata a rimanere permanente negli spazi dell’istituto. Le fotografie, installate nelle aule e nei luoghi di incontro, continuano così a dialogare con chi vive quotidianamente quegli ambienti, sedimentandosi nel tempo come presenza discreta ma attiva.

Dal punto di vista fotografico, il progetto evidenzia come l’immagine possa farsi strumento di consapevolezza corporea. L’obiettivo non è estetizzare la condizione detentiva, ma renderla leggibile attraverso una pluralità di sguardi. Le scelte formali, l’uso della luce naturale, le inquadrature ravvicinate, l’attenzione ai gesti, contribuiscono a costruire una narrazione intima e stratificata, in cui il corpo diventa il punto di incontro tra esperienza individuale e dimensione sociale.

Inserito nel più ampio progetto “Il Laboratorio”, dedicato alla relazione tra città, cittadini e spazio pubblico, questo intervento sposta lo sguardo su un contesto apparentemente chiuso, rivelandone invece la natura profondamente relazionale. Il carcere minorile, in questa prospettiva, non è un luogo isolato, ma parte integrante del tessuto urbano: uno spazio in cui si producono immagini, relazioni e significati che interrogano la comunità nel suo insieme.

Nel caso specifico del laboratorio svolto all’interno dell’Istituto, l’approccio della ricerca-azione ha trovato una declinazione concreta nel modo stesso in cui le attività sono state costruite e adattate nel tempo. Le sessioni non sono state rigidamente predeterminate, ma spesso ridefinite di volta in volta, a partire dalle risposte, dalle disponibilità e anche dalle resistenze, talvolta esplicite, dei ragazzi coinvolti. Le scelte operative, dai temi affrontati alle modalità di scatto, sono emerse progressivamente attraverso il confronto diretto e l’esperienza condivisa, trasformando il laboratorio in uno spazio dinamico in cui osservare e agire finivano per coincidere. In questo senso, la ricerca-azione si è rivelata fondamentale per rendere possibile un lavoro realmente partecipato, capace di rispettare la complessità del contesto e di valorizzare le soggettività presenti.










Parallelamente, la ricerca basata sulle arti visive ha assunto un ruolo centrale nel dare forma a questa esperienza. La fotografia è stata utilizzata non solo come esito, ma come strumento di indagine: attraverso il corpo, le posture, le distanze, i modi di stare nello spazio, i partecipanti hanno potuto esplorare e restituire la propria esperienza della detenzione. Le immagini prodotte non illustrano semplicemente il contesto, ma ne fanno emergere tensioni, possibilità e trasformazioni. In questo laboratorio, la pratica fotografica ha permesso di accedere a livelli di comprensione difficilmente raggiungibili attraverso il solo linguaggio verbale, attivando una riflessione che passa per il fare, il vedere e il condividere.

È proprio nell’intreccio tra queste due pratiche, una ricerca-azione situata e una ricerca artistica fondata sull’immagine, che il progetto ha trovato la propria efficacia: un processo aperto, in cui la produzione visiva diventa al tempo stesso strumento di conoscenza e occasione di relazione.

Michela Fabbrocino

michela.fabbrocino@gmail.com

Le studentesse e lo studente partecipanti:
Lucia Avitto, Francesca Carucci, Claudia Fanelli, Luca Lamaddalena, Roberta Lonigro, Marika Martella, Cinzia Pistillo, Mariapia Vitale

Ringraziamenti. Si ringraziano il Dott. Nicola Petruzzelli, Direttore dell’Istituto Penitenziario Minorile “Fornelli” di Bari e il responsabile dell’Area educativa, dott. Marco Brancucci, che, insieme allo staff educativo e agli operatori, hanno reso possibile la realizzazione del laboratorio, sostenendo con disponibilità e attenzione ogni fase del progetto.

Elisa Mariotti

si occupa di fotografia documentaria e di questioni sociali, con progetti principalmente a lungo termine; **Michela Fabbrocino, Docente di Fotografia Dipartimento di Progettazione e Arti applicate, Accademia di Belle Arti di Bari