La testimonianza è cura

Acqua, cibo, spazio, igiene, sicurezza, istruzione, accesso alle cure mediche. Quando vengono meno le fondamenta su cui poggia la salute, l’ambiente diventa ostile alla vita. È successo e sta ancora succedendo a Gaza, a un passo da casa nostra. Martina Marchiò, infermiera di Medici Senza Frontiere, da poco eletta vicepresidente della sezione italiana dell’organizzazione, lo ha visto con i propri occhi e lo descrive con una prosa semplice e cruda nel suo resoconto.

“L’acqua con cui ci laviamo è salata, mi raccomando non berla! C’è un solo rubinetto da cui esce acqua desalinizzata. Ti consiglio di usarlo per lavarti i denti” è il benvenuto con cui l’autrice viene accolta nell’edificio dove alloggiano gli operatori di MSF. E il pensiero corre subito allo spettro della disidratazione e delle infezioni.

Il sovraffollamento è estremo: strade straripanti di persone, famiglie stipate su carretti e camioncini che si spostano a ondate per sfuggire ai bombardamenti. Il collasso dello spazio vitale si traduce nell’impossibilità di controllare le malattie infettive e nella totale mancanza di ambienti sicuri per le persone fragili. I generatori portano elettricità, alimentati dalla benzina che scarseggia. Il fronte che avanza in modo imprevedibile rende arduo programmare l’apertura di nuovi ambulatori di emergenza e divora quelli attivi appena poche ore prima.

Centinaia di pazienti vittime di esplosioni e sparatorie affluiscono al centro di stabilizzazione per i traumi con ferite devastanti su corpi già debilitati dalla malnutrizione e dallo stress cronico e agli operatori spetta il terribile compito del triage in un regime di assoluta scarsità di risorse. I sacchi bianchi senza nome diventano il simbolo dell’impotenza di chi ha giurato di proteggere la vita e la salute umana e si scontra con una devastazione inarrestabile.

Gli operatori internazionali e quelli locali che lavorano gomito a gomito non sono un corpo estraneo rispetto alla realtà che li circonda, ma ne sperimentano in prima persona le conseguenze: lavorano sotto la minaccia continua dei bombardamenti. La paura per la propria vita convive con il senso di responsabilità verso i pazienti, mentre la stanchezza cronica, l’esposizione quotidiana alla morte e alla ripetizione incessante dei traumi erodono progressivamente le loro difese emotive. In un contesto in cui anche ospedali e ambulanze possono diventare bersagli, il rischio di burnout non nasce soltanto dall’eccesso di lavoro, ma dalla frustrazione profonda di esercitare la medicina dentro una catastrofe che continua a produrre feriti più velocemente di quanto sia possibile curarli.

Ma l’assedio erode anche la possibilità di immaginare una vita diversa: bambini che fin dalla nascita hanno conosciuto solo la paura e la violenza non possono fare altro che proiettarla nei loro giochi. Crescono in una condizione di minaccia costante che ipoteca la salute mentale delle generazioni future. La violenza non appare mai come un evento isolato, ma come un elemento permanente dell’ambiente. Entra nelle case, interrompe il sonno, modifica il linguaggio, altera le relazioni familiari e sociali. Finisce per diventare la normalità dentro cui un’intera generazione sta imparando a vivere.

Il diario di Martina Marchiò analizza con precisione clinica l’impatto di un genocidio sulla salute dei singoli e della società. Non racconta soltanto ciò che accade ai corpi, ma anche ciò che accade a una società quando vengono distrutte le condizioni minime della vita civile. Supera il confine della semplice testimonianza personale e diventa un documento sulla fragilità delle strutture che sostengono la salute collettiva durante una guerra. L’analisi, però, non si mantiene fredda e distaccata, ma coinvolge tutti i sensi del lettore, con l’odore della carne bruciata, il ronzio perenne dei droni, il sapore del sangue che invade la bocca, il contatto di un abbraccio che sarebbe vietato, la vista di una persona amata disintegrata dall’esplosione di una mina.




“Ho deciso di raccogliere i miei ricordi e i racconti di altre persone al ritorno della missione, nel 2024, per mantenere una promessa fatta ai colleghi del posto: di continuare a raccontare quello che succede a Gaza, di tenere alta l’attenzione del pubblico, perché il silenzio e il disinteresse non seppelliscano il massacro tuttora in corso”, dice l’infermiera. “Sono particolarmente contenta del riscontro che ho avuto dai lettori più giovani, perché è soprattutto a loro che volevo rivolgermi. Diverse scuole mi hanno invitato a parlare e l’ho fatto con grande piacere. Noi siamo privilegiati perché viviamo al di qua del muro che delimita Gaza e al termine della missione ho potuto attraversare quel muro e tornare alla sicurezza della mia casa. Dobbiamo sdebitarci con la sorte per questo privilegio facendo sentire la nostra voce”.

La neutralità è uno dei principi fondanti di Medici Senza Frontiere: l’organizzazione non si schiera con l’una o l’altra parte nei conflitti e offre la propria assistenza a chiunque ne abbia bisogno, indipendentemente dalla sua appartenenza politica, etnica o religiosa. «Ma essere neutrali non vuol dire rimanere indifferenti e tacere», spiega Marchiò. «Il nostro compito è prestare cure mediche, ma anche testimoniare, perché la testimonianza in queste situazioni è una forma di cura».

Maria Cristina Valsecchi

c.valsecchi@gmail.com